«È troppo presto per gettare la spugna»

«Si deve insistere»: con queste parole il ministro degli Esteri Ignazio Cassis ha spiegato venerdì il nuovo tentativo del Consiglio federale di dialogare con le parti sociali invista di un accordo quadro con l'Unione europea. «Ciak azione» per la seconda volta dunque, dopo l'abbandono del tavolo negoziale da parte dei sindacati. Il mandato di negoziazione del Consiglio federale non permette discussioni sulle misure d'accompagnamento: come ha precisato Cassis, con l'attuale mandato non è possibile trattare termini di notifica più brevi per le ditte estere che impiegano distaccati (la cosiddetta regola degli otto giorni, lo ricordiamo, è per Bruxelles contraria all'accordo sulla libera circolazione). Abbiamo interpellato il presidente dell'Unione svizzera degli imprenditori (USI) Valentin Vogt a margine di una conferenza stampa dell'associazione a Lugano.

L’USI ha detto che occorre cominciare a capire in quale misura converrebbe adattare il mandato attuale delle negoziazioni, mandato che traccia una linea rossa attorno alle misure d’accompagnamento.
Non si tratta di smontare la protezione salariale, che però d’altra parte naturalmente non vogliamo estendere. Il Consiglio federale ha un mandato di negoziazione, secondo il quale le misure accompagnatorie sono un tabù. Adesso si tratta, e poi al ritorno si valutano i risultati. La politica dovrà a quel punto riflettere: forse il risultato delle trattative si trova per il 90% all’interno del mandato e per il 10% al di fuori. In quel caso si dovrà fare una valutazione complessiva – come nel caso del pacchetto Fisco /AVS – e decidere se lo vogliamo o meno. Ripeto, non vogliamo smontare la protezione salariale, ma bisogna anche essere sufficientemente aperti per riflettere: come possiamo mantenere la protezione dei salari odierna?

I sindacati si farebbero sicuramente sentire.
Se si volesse adeguare il mandato negoziale adesso, bisognerebbe dapprima andare dalla Commissione della politica estera e dai Cantoni. Un normale processo di consultazione dura mesi. E noi non abbiamo mesi di tempo. Di principio bisognerebbe quindi guardare fino a che punto si arriva con il mandato attuale, e ritornare con il risultato. A quel punto diventa una questione politica, che coinvolge i Cantoni, il Parlamento, l’ambasciatore. Questa è la pragmatica via svizzera. Non credo che la questione sia se il termine di notifica per i prestatori di servizi dell’UE alla fine sarà di otto odi cinque giorni. Si tratta invece di osservare con più attenzione i casi in cui è stato rilevato un abuso. Le faccio un esempio: noi abbiamo molte macchine dell’ABB o di Siemens. Se arriva un operaio specializzato dalla Germania, non penso che lo si debba trattare come il piastrellista polacco che viene in Svizzera per la prima volta. Forse nel primo caso si può fare semplicemente un controllo a posteriori, come nel caso di un controllo dell’AVS. E forse per il piastrellista polacco sarà necessario un termine di notifica non di otto, ma diventi giorni. Un approccio basato sul rischio, capisce. Penso sia importante gettarsi alle spalle la votazione sull’Iniziativa per l’autodeterminazione. E anche il cambio di personale all’interno dei sindacati sarà probabilmente d’aiuto.

Tra i possibili candidati alla presidenza dell’USS c’è Pierre-Yves Maillard.
Sono due i candidati a disposizione, il signor Maillard, consigliere di Stato del Canton Vaud, e Barbara Gysi, consigliera nazionale. Aspettiamo con molta curiosità il primo dicembre (giorno in cui sarà eletto il presidente dell’USS, ndr.).

Pensa che sia ancora possibile firmare l’accordo quadro entro il 2019?
Sì, penso che sia possibile. Bisogna sempre considerare le alternative. Ci sono persone che dicono: adesso ci fermiamo e ricominciamo a trattare nel 2020, dopo le elezioni. Penso che si possa fare, ma anche in quel caso, qual è l’alternativa? Potrebbe darsi che l’UE trovi una soluzione con la Gran Bretagna e che con ciò non negozi nemmeno più con noi, ma dica semplicemente: cara Svizzera, questa è la soluzione trovata con la Gran Bretagna. Ma sarebbe forse meglio se trovassimo noi una soluzione. Il problema è anche che l’intesa trovata con la Gran Bretagna sarà un piano del tutto diverso dai Bilaterali. Noi abbiamo un pacchetto buono, e l’UE non concederà tanto ai britannici. Per questo dico di provare: se non va, non va. Se l’UE non vuole, oppure vuole solo a condizioni che non possiamo accettare, allora dobbiamo convivere con tale decisione. Ma trovo che sia troppo presto per gettare la spugna.

È stato detto che la qualità del risultato delle trattative è più importante della velocità con cui avvengono.
È così. Credo come detto che bisogna negoziare, vedere cosa è possibile ottenere e poi discuterne. Cambiare adesso il mandato negoziale è impossibile per una questione di tempo.

L’intervista con Valentin Vogt è stata pubblicata nel «Corriere del Ticino».