In generale

Un nuovo studio mette in guardia contro l’aggravio unilaterale del lavoro: dannoso per la piazza economica e l’equità generazionale

Nel dibattito sulle spese aggiuntive miliardarie, sempre più spesso come soluzione di finanziamento vengono proposti maggiori contributi salariali. Un nuovo studio condotto da BSS Volkswirtschaftliche Beratung in collaborazione con il Prof. Dr. Marius Brülhart mette in guardia da questa via: i contributi salariali gravano in modo unilaterale sul lavoro retribuito, indeboliscono l'attrattiva internazionale della piazza economica e aggravano i conflitti di distribuzione tra le generazioni. Non meno problematico è il fatto che contributi più elevati creano falsi incentivi per le donne e i lavoratori anziani.

Il dibattito attuale sull’aumento dei contributi salariali e/o dell’imposta sul valore aggiunto è stato innescato da diverse rivendicazioni politiche già approvate o in discussione, che comportano costi elevati a lungo termine. Tra queste figurano soprattutto la 13ma rendita AVS, ulteriori riforme della previdenza per la vecchiaia e spese aggiuntive nella politica familiare. Un nuovo studio commissionato dall’Unione svizzera degli imprenditori (USI) alla BSS Volkswirtschaftliche Beratung in collaborazione con il Prof. Dr. Marius Brülhart, professore di economia politica all’Università di Losanna, mette in luce gli importanti effetti collaterali negativi a livello economico e sociale di un aumento dell’IVA e, ancor più problematico, di un aumento dei contributi salariali.

L’aumento costante dei contributi salariali frena la crescita e la competitività

Per un Paese con un alto livello salariale come la Svizzera, il costo del lavoro è un fattore competitivo fondamentale. L’analisi della letteratura sul tema mostra che contributi salariali più elevati indeboliscono la competitività internazionale della Svizzera. La scelta della sede da parte delle aziende è particolarmente sensibile: già un aumento dei contributi salariali di un punto percentuale riduce la probabilità che una sede internazionale scelga la Svizzera di circa 7,4 punti percentuali.

Rispetto alle imposte sugli utili, i contributi salariali sono molto più rilevanti per le decisioni relative alla sede, poiché il loro onere – a differenza delle imposte – difficilmente può essere ridotto attraverso la pianificazione fiscale. Inoltre, contributi più elevati rendono il lavoro più costoso, frenano gli investimenti e allo stesso tempo indeboliscono il potere d’acquisto delle famiglie.

L’Unione svizzera degli imprenditori ribadisce chiaramente che un aumento costante dei contributi salariali – come quello discusso in relazione al finanziamento della 13ma rendita AVS e ad altre idee costose nel campo della politica sociale – mette a rischio il benessere della Svizzera. I costi del lavoro in Svizzera sono già oggi tra i più alti al mondo. Un nuovo aumento del costo del lavoro comprometterebbe la competitività e quindi anche il livello salariale elevato e il benessere del Paese.

Contributi salariali più alti pesano fortemente sulle famiglie che lavorano

Una conclusione fondamentale dello studio riguarda la distribuzione ineguale degli oneri. I contributi salariali vengono prelevati esclusivamente sul reddito da lavoro. Le rendite, i redditi da capitale e il patrimonio delle persone benestanti che non lavorano rimangono invece esenti da contributi. Questo porta a uno squilibrio intergenerazionale.

I dati mostrano che l’onere relativo dei contributi salariali più elevati è maggiore per le famiglie giovani sotto i 35 anni. Si tratta spesso di famiglie in una fase della vita caratterizzata da costi elevati e spese per l’assistenza all’infanzia. Al contrario, le famiglie di pensionati, anche quelle nelle fasce di reddito più elevate, con l’aumento dei contributi salariali non contribuiscono in alcun modo al finanziamento delle nuove misure.

«Solo qualche punto percentuale» equivalgono a 100’000 franchi in più nel corso della vita lavorativa anche per chi guadagna un salario medio

La problematicità dei contributi salariali risiede nella loro “illusione ottica”: un punto percentuale in più sembra inizialmente insignificante sulla busta paga. Lo studio dimostra però che gli oneri si concentrano sistematicamente sulla fase lavorativa, con una media fino a 73 franchi al mese per le persone di età compresa tra i 45 e i 54 anni.

Cosa comporta un simile onere mensile aggiuntivo nell’arco di un’intera vita lavorativa? Per rendere tangibile questo effetto, dai profili di età dello studio è possibile ricavare un onere cumulativo approssimativo: sommando i valori mediani indicati per tutta la vita lavorativa, con un aumento dell’1% si ottiene un onere complessivo di circa 27’000 franchi per le famiglie nella fascia media della distribuzione del reddito e di circa 55’000 franchi per il quintile superiore.

E questo è solo un punto percentuale in più. Se tutti i progetti attualmente in discussione nel settore della politica sociale fossero finanziati attraverso un aumento dei contributi salariali – circa 12 miliardi di franchi all’anno, ovvero +3,7 punti percentuali –, l’onere sarebbe di circa 100’000 franchi per la fascia media di reddito e di oltre 200’000 franchi per il quintile superiore – importi dell’ordine di grandezza di un capitale previdenziale o del capitale proprio per la proprietà abitativa.[1]

[1] Carico cumulato su 40 anni di attività lavorativa (fascia d’età 45-54 anni) secondo lo studio BSS (2026). Incidenza: 75%. Scenario complessivo: circa +3,7 punti percentuali.

Incentivi negativi al lavoro: un veleno per il potenziale del mercato del lavoro

Lo studio dimostra che soprattutto le donne e i lavoratori anziani reagiscono in modo molto sensibile alla diminuzione dei salari netti. Per questi gruppi, la decisione di aumentare il proprio carico di lavoro o di rimanere nel mercato del lavoro è spesso una scelta difficile tra il guadagno finanziario e il tempo da dedicare ad altre attività. Se i contributi salariali aumentano, il lavoro retribuito diventa meno vantaggioso rispetto al lavoro non retribuito, il che, secondo i risultati dello studio, porta spesso al ritiro dal mercato del lavoro o alla riduzione della percentuale di lavoro.

Dal punto di vista dei datori di lavoro, ciò è particolarmente problematico in tempi di carenza strutturale di manodopera qualificata. Nonostante l’attuale leggero aumento della disoccupazione dovuto alla congiuntura economica, la demografia provoca a lungo termine una crescente carenza di manodopera che non si risolverà da sola. È contraddittorio che da un lato lo Stato voglia promuovere la partecipazione al mondo del lavoro con ingenti investimenti, ad esempio nell’assistenza all’infanzia, e dall’altro indebolisca proprio questi incentivi al lavoro con un aumento dei contributi salariali.

Confronto tra gli strumenti: l’imposta sul valore aggiunto è più equa dal punto di vista generazionale

Lo studio mette a confronto l’aumento dei contributi salariali con un aumento equivalente dell’imposta sul valore aggiunto (IVA). A differenza dei contributi salariali, l’IVA distribuisce l’onere su tutti i consumatori. In questo modo, anche i pensionati e le persone con redditi da capitale elevati vengono coinvolti nel finanziamento.

Da un punto di vista intergenerazionale, l’IVA è nettamente lo strumento più equo. Non grava direttamente sul lavoro retribuito e impedisce quindi gli incentivi negativi sopra descritti per l’offerta di lavoro. Poiché l’IVA riguarda tutta la popolazione, l’onere per ogni persona è distribuito in modo più ampio e meno dannoso per il potere d’acquisto individuale della classe media lavoratrice. Ma anche l’imposta sul valore aggiunto ha effetti indesiderati a livello economico. Pertanto, dal punto di vista dei datori di lavoro, rimangono indispensabili riforme strutturali, ovvero adeguamenti sistemici che affrontino in modo fondamentale il finanziamento e il funzionamento della nostra AVS.

Il lavoro non deve essere ulteriormente gravato: gli effetti negativi sono troppo importanti

I risultati sono chiari: aumenti dei contributi salariali indeboliscono la piazza economica, pesano sulle giovani generazioni e aggravano la carenza di personale qualificato. L’Unione svizzera degli imprenditori chiede quindi di rinunciare a ulteriori contributi salariali, in particolare nel contesto delle attuali discussioni sull’AVS. Occorrono invece una rigorosa disciplina di spesa e riforme strutturali, ad esempio attraverso un freno all’indebitamento dell’AVS.

Lo studio completo è disponibile al seguente link: Relazione finale

Ulteriori informazioni

  • Barbara Zimmermann-Gerster
    Responsabile politica sociale e assicurazioni sociali
    Tel. +41 79 229 13 64 , [email protected]
  • Dr. Patrick Chuard-Keller
    Capoeconomista, Tel. +41 44 421 17 39, [email protected]