In breve
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Contesto
La formazione è stata a lungo considerata una via sicura per entrare nel mercato del lavoro. Oggi questo non è più vero a livello generale. Il passaggio dall’università al mondo del lavoro sta diventando più difficile, e questo in un Paese che in realtà registra una carenza di manodopera. Una coincidenza congiunturale o un indizio di un problema più profondo?
Prima di tutto la buona notizia per tutti gli studenti: la formazione continua a proteggere dalla disoccupazione. Anche nella fase ancora piuttosto critica un anno dopo il conseguimento del diploma, il tasso di disoccupazione dei laureati con un master è inferiore alla media svizzera. Anche nel complesso, il livello terziario si dimostra solido: nell’ottobre 2025 il tasso di disoccupazione era del 2,2%, inferiore a quello delle persone con un diploma di scuola secondaria II (2,7%).
Tuttavia, si riscontrano chiare differenze tra i percorsi formativi. Da anni esistono differenze costanti tra università, scuole universitarie professionali e formazione professionale superiore. Un anno dopo il conseguimento del diploma, i diplomati della formazione professionale superiore sono praticamente tutti occupati, con un tasso di disoccupazione di circa il 2%. Il tasso di disoccupazione è leggermente più alto per le scuole universitarie professionali e nettamente più alto per le università (vedi grafico «Tasso di disoccupazione 1 anno dopo il conseguimento del diploma»).
Le ragioni sono evidenti: la formazione professionale superiore è solitamente parallela all’attività lavorativa, più orientata al mercato del lavoro e complessivamente più vicina alla pratica rispetto gli studi universitari. Non sorprende quindi che i suoi diplomati riescano a inserirsi più rapidamente e in modo più duraturo nel mercato del lavoro.
Ciò che stupisce, però, e questo ci porta alla notizia meno positiva, è l’evoluzione: dal 2010 il numero di disoccupati con un master universitario è aumentato di circa il 70%. Ciò è tanto più sorprendente se si considera che nello stesso periodo il numero di disoccupati con una formazione professionale di base è diminuito del 40%, come mostra il grafico seguente.
Una ragione principale: l’orientamento della formazione professionale al mercato del lavoro
Il motivo per cui queste differenze persistono può essere spiegato al meglio con il termine «matching», ovvero l’adeguatezza tra qualifiche e posti vacanti.
Da questo punto di vista, il mercato del lavoro svizzero funziona bene. La formazione professionale, con tutte le sue sfaccettature, dall’apprendistato alla scuola professionale superiore, ne è un esempio lampante. Essa combina teoria e pratica, è organizzata in modo orientato alle esigenze delle imprese e reagisce rapidamente ai cambiamenti del mercato.
Chi studia in questo sistema entra presto in contatto con il mondo del lavoro: gli apprendisti lavorano nelle aziende, svolgono compiti reali, assumono responsabilità. E chi prosegue la propria formazione approfondisce con ogni probabilità le conoscenze proprio dove servono.
Si crea così un circolo virtuoso che unisce strettamente formazione e lavoro: la formazione genera occupazione, l’occupazione crea opportunità di apprendimento.
Nel caso della formazione universitaria, la logica è diversa. Le università trasmettono basi scientifiche, capacità di analisi approfondita e capacità di ricerca. Queste competenze hanno un effetto a lungo termine e sono decisive per la capacità innovativa della Svizzera, ma nel breve periodo sono meno orientate al mercato.
Chi finisce l’università spesso si trova di fronte al passaggio alla pratica. Questa fase dura più a lungo ed è più sensibile alle fluttuazioni congiunturali.
Inoltre, gli studenti scelgono il proprio corso di studi senza quelle (sensate) restrizioni legate al mercato del lavoro che nel sistema di formazione professionale sono dettate dall’offerta di posti di apprendistato. Ciò si riflette in differenze talvolta significative nel tasso di disoccupazione tra i singoli indirizzi di studio, sia nelle università che nelle scuole universitarie professionali (vedi grafico «Tasso di disoccupazione per indirizzo di studio 2023»).
I laureati non sono più una specie rara
A ciò si aggiunge un cambiamento strutturale nell’offerta formativa che passa quasi inosservato, ma che ha conseguenze di vasta portata. Come mostra la figura seguente, dal 2010 la percentuale della popolazione con un diploma universitario è aumentata di oltre dieci punti percentuali, mentre la percentuale di coloro che hanno completato la formazione professionale come livello di formazione più elevato è diminuita (i dati relativi al periodo 2020-2022 non sono disponibili a causa della crisi del coronavirus).
La Svizzera produce quindi sempre più laureati, ma il mercato del lavoro non riesce ad integrarli allo stesso ritmo. L’offerta di laureati cresce più rapidamente della domanda di personale con formazione accademica.
Il divario tra l’offerta formativa e la realtà del mercato del lavoro si sta ampliando sempre di più. A ciò si aggiunge una domanda di manodopera congiunturalmente contenuta e, forse, i primi effetti dell’intelligenza artificiale.
La Svizzera si trova quindi ad affrontare una nuova sfida: non è la mancanza di formazione a costituire un problema, bensì lo squilibrio tra la struttura formativa e le opportunità di occupazione.
Cosa c’è in palio?
Ogni anno, dal punto di vista demografico, il numero di persone che escono dal mercato del lavoro è superiore a quello di coloro che vi entrano. In un contesto in cui ogni lavoratore conta, non possiamo permetterci di tenere le persone fuori dalla vita lavorativa per anni per formarle con qualifiche che sono poco richieste sul mercato del lavoro.
Questo non è né efficiente né responsabile, né nei confronti degli individui né nei confronti dell’economia nazionale.
Se lo Stato sostiene la maggior parte dei costi di formazione, questo investimento deve avere un impatto sull’economia nazionale. La formazione non deve essere solo fine a sé stessa. Ciò che conta non è il numero di diplomi che rilasciamo, ma se queste qualifiche sono necessarie.
Conclusione: la nostra formazione deve essere più mirata
Un Paese che destina sempre più risorse alla formazione accademica indebolisce talvolta involontariamente il percorso formativo che più contribuisce alla sua competitività a lungo termine: la formazione professionale. Chi desidera avere successo in futuro non ha semplicemente bisogno di più formazione, ma della formazione giusta e di un sistema formativo che si orienti in modo coerente alle esigenze del mercato del lavoro.