In breve
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Il dibattito sul lavoro a tempo parziale è spesso condotto in modo emotivo e, nella maggior parte dei casi, rivolto al gruppo di lavoratori sbagliato. Al centro delle critiche ci sono solitamente i giovani e le loro presunte preferenze in materia di equilibrio tra vita professionale e vita privata. A un esame più attento, però, emerge che il maggiore potenziale di manodopera inutilizzato dovuto al part-time per motivi di stile di vita – ovvero il part-time motivato semplicemente dalla mancanza di interesse per il lavoro a tempo pieno – non risiede nel gruppo più giovane in età lavorativa, ma nelle fasce di età medie e più anziane.
La Svizzera si trova in una situazione paradossale. Mentre molte aziende cercano disperatamente personale qualificato e il dibattito politico sulla gestione dell’immigrazione domina l’agenda, ci concediamo il lusso di una… riserva di manodopera interna.
Questa riserva non si trova ai margini del mercato del lavoro, ma proprio all’interno delle aziende: i lavoratori a tempo parziale. Non si tratta di coloro che lavorano meno a causa della cura dei figli, di una malattia, della mancanza di offerte di lavoro o di altri impegni personali. Si tratta di lavoratori ben integrati che non sfruttano appieno il loro potenziale – semplicemente perché non hanno alcun interesse a lavorare a tempo pieno.
Nell’opinione pubblica, questo fenomeno del «part-time per scelta di vita» viene spesso attribuito alla Generazione Z. La narrativa dei «giovani pigri», che preferiscono curare il proprio equilibrio tra vita privata e lavoro piuttosto che fare carriera, è molto diffuso. A torto, come dimostra la seguente analisi basata sui dati della Rilevazione sulle forze di lavoro in Svizzera (RIFOS).
I motivi del part-time: formazione, cura dei figli e… «nessuna voglia di lavorare a tempo pieno»
Spoiler: tutto sommato, il lavoro a tempo parziale ha senso dal punto di vista economico. Infatti, senza la possibilità di ridurre l’orario di lavoro, per molti l’alternativa non sarebbe il tempo pieno, ma la rinuncia totale ad un’attività lavorativa. Il lavoro a tempo parziale è fondamentale proprio per conciliare famiglia e carriera.
La figura 1 mostra come cambiano i motivi del part-time nel corso della vita lavorativa. In giovane età, la formazione e l’aggiornamento professionale sono il motivo principale del part-time. Tra i 30 e i 40 anni, il motivo principale riguarda la cura dei figli.
La situazione diventa interessante in seguito. A partire dai 50 anni circa, aumenta la percentuale di coloro che nell’indagine RIFOS dichiarano di non essere interessati a un impiego a tempo pieno e di lavorare quindi a tempo parziale. Nella fascia d’età compresa tra i 60 e i 64 anni, quasi un lavoratore su sei lavora a tempo parziale per questo motivo. Potrebbero lavorare di più, ma non vogliono.
Chi non è interessato al lavoro a tempo pieno?
Cosa contraddistingue le persone che lavorano a tempo parziale e che non sono interessate al tempo pieno? È illuminante dare uno sguardo al livello di istruzione e alla provenienza di queste persone (vedi figura 2).
Figura 2: Il part-time come stile di vita è più diffuso tra i lavoratori svizzeri. Oltre all’età, gioca un ruolo importante anche il livello di istruzione. Questo tipo di part-time è particolarmente diffuso tra i giovani svizzeri in possesso di un titolo universitario.
Contrariamente all’ipotesi per la quale il part-time sarebbe più diffuso nei rapporti di lavoro precari, emerge il contrario: maggiore è il livello di qualifica, più marcata è la tendenza al part-time volontario. Soprattutto gli svizzeri con un titolo universitario di età compresa tra i 25 e i 34 anni mostrano, con una frequenza superiore alla media, scarso interesse per il lavoro a tempo pieno. Sebbene anche questo gruppo mostri una tendenza al part-time per motivi di stile di vita, la maggior parte del potenziale si concentra sull’ampia coorte di età dai 50 anni in su. È interessante notare che i lavoratori stranieri mostrano questo comportamento meno frequentemente.
Si può supporre che il tasso più elevato di part-time per motivi di stile di vita tra i lavoratori svizzeri con un titolo universitario si basi su una valutazione economica: grazie agli alti salari orari, raggiungono più rapidamente il livello desiderato, per cui il beneficio di ogni franco in più diminuisce rispetto al valore del tempo libero guadagnato. In molte di queste famiglie il budget è probabilmente così alto che una riduzione dell’orario di lavoro non incide in modo tangibile sul tenore di vita – anche alla luce della progressione fiscale. Le stesse ragioni giocano verosimilmente un ruolo anche nel caso dei lavoratori più anziani.
I lavoratori stranieri, invece, vengono in Svizzera quasi sempre per un solo motivo: lavorare. E se lo fanno, lo fanno a tempo pieno – altrimenti il trasferimento in un altro Paese non varrebbe la pena dal punto di vista economico. Il part-time per motivi di stile di vita si rivela quindi principalmente una forma di «consumo di benessere» da parte della forza lavoro indigena.
Un’analisi per fasce di reddito conferma questo quadro (vedi figura 3). Il part-time come stile di vita è soprattutto un fenomeno delle fasce di reddito medio-alte (3° quartile). In questo segmento sembra essere stato raggiunto un punto di “saturazione finanziaria” per cui è possibile una riduzione dell’orario di lavoro senza perdite tangibili nel tenore di vita. Mentre i salari più bassi spesso costringono a un’attività a tempo pieno per garantire un tenore di vita adeguato, i costi opportunità del tempo libero nei gruppi con redditi più elevati rimangono evidentemente troppo alti. Forse in questo caso giocano un ruolo anche fattori quali l’importanza che il lavoro riveste nella propria vita e il fatto che determinate funzioni con responsabilità particolarmente elevate siano più difficilmente conciliabili con il part-time.
Quali sono le conseguenze di questo part-time per scelta di vita?
A livello individuale è chiaro: chi lavora meno rinuncia a un reddito – oggi e spesso anche in futuro, sotto forma di prestazioni previdenziali inferiori. Da un punto di vista liberale si potrebbe sostenere che ognuno dovrebbe scegliere autonomamente il carico di lavoro ottimale. Ma questa decisione non rimane una questione privata. Attraverso le imposte, i contributi e i conseguenti effetti di ridistribuzione, questa scelta ha un impatto su tutti.
Quali sono quindi le conseguenze economiche se decine di migliaia di persone scelgono consapevolmente di lavorare meno di quanto potrebbero? Se si considerano esclusivamente i lavoratori che scelgono volontariamente il part-time e dichiarano espressamente di non essere interessati a un carico di lavoro maggiore, si ottiene un potenziale di circa 86’000 posti a tempo pieno (vedi figura 4). Per contestualizzare questa cifra: essa corrisponde all’incirca all’immigrazione netta in Svizzera in un anno di forte immigrazione.
Il quadro diventa ancora più chiaro se si parla… in soldoni. Se si calcolano le ore «mancanti» rispetto a un impiego a tempo pieno moltiplicandole per le rispettive retribuzioni orarie, si ottiene un volume di salario lordo perso pari a circa 8 miliardi di franchi all’anno. Ciò corrisponde a poco meno dell’1% del prodotto interno lordo.
La maggior parte di questa perdita salariale è attribuibile ai lavoratori di età superiore ai 50 anni, da un lato perché praticano più spesso il part-time per motivi di stile di vita e, dall’altro, perché i salari in età avanzata sono mediamente più elevati.
Con il salario inferiore, lo Stato e le varie assicurazioni sociali perdono imposte e contributi. Sul reddito da lavoro supplementare, a seconda del cantone, del tipo di famiglia e del reddito, si può calcolare approssimativamente da un quarto a un terzo sotto forma di imposte e contributi obbligatori di previdenza sociale. Ne risulta un ordine di grandezza annuo di circa 2-3 miliardi di franchi di entrate perse per i conti pubblici e le assicurazioni sociali.
Entrambe le cose hanno delle conseguenze: il volume di lavoro mancante tende ad essere coperto da un’immigrazione supplementare. Ciò comporta, oltre a dei vantaggi, anche dei costi per la popolazione locale. Allo stesso tempo, le imposte e i contributi persi devono essere recuperati altrove, non da ultimo da coloro che lavorano a tempo pieno.
Conclusione
La Svizzera si concede un lusso: i lavoratori ben qualificati scelgono consapevolmente di lavorare meno del loro potenziale. Non si tratta di pochi casi isolati, ma di un fenomeno di portata rilevante. Di conseguenza, le ripercussioni sono tangibili per la performance economica, per i sistemi di previdenza, per le finanze pubbliche e, non da ultimo, per l’immigrazione.
Non si tratta di puntare il dito moralmente contro le persone che scelgono il part-time per motivi di stile di vita. Ma vale la pena prestare attenzione a questo fenomeno, poiché questo potenziale si trova proprio nel cuore del mercato del lavoro e potrebbe essere mobilitato con relativa facilità. Si tratta di persone che sono già occupate, integrate e richieste e che potrebbero aumentare rapidamente il loro carico di lavoro.
La risposta di politica economica è ovvia. Se la Svizzera ha bisogno di un maggiore volume di lavoro, il lavoro supplementare deve essere maggiormente remunerato. Possibili leve sono imposte marginali inferiori e meno disincentivi al lavoro.
Allo stesso tempo, occorre realismo. Non sarà possibile mobilitare completamente questo potenziale. Per molti, il part-time per scelta rimarrà un modello di vita scelto consapevolmente. È quindi ancora più chiaro che la Svizzera continuerà a dipendere in modo sussidiario dall’immigrazione nel mercato del lavoro.