Politica sociale Previdenza vecchiaia

AVS 2030: l’Unione svizzera degli imprenditori ritiene che l’innalzamento dell’età di riferimento sia la leva principale per una riforma sostenibile dell’AVS

Con la riforma AVS 2030, il Consiglio federale intende stabilizzare a lungo termine la situazione finanziaria dell’AVS. Dal punto di vista dell’Unione svizzera degli imprenditori, l’attuale progetto sottoposto a consultazione rimane ben al di sotto di questo obiettivo. In un progetto deludente e privo di coraggio, il Consiglio federale esita ad affrontare misure strutturali, rinunciando così alla leva più importante per stabilizzare la previdenza per la vecchiaia: un innalzamento dell’età di riferimento. Questo va a scapito del benessere, della piazza economica e delle generazioni future. Nella loro risposta alla consultazione, i datori di lavoro chiedono una revisione radicale del progetto.

L’aumento dell’aspettativa di vita, il calo del tasso di natalità e l’erogazione della 13ª rendita AVS mettono sotto pressione l’AVS. Con la riforma AVS 2030, il Consiglio federale intende contrastare le cupe prospettive finanziarie e, al contempo, adeguare il primo pilastro all’andamento demografico. Nell’ambito della procedura di consultazione, l’Unione svizzera degli imprenditori (USI) ha esaminato attentamente il progetto di riforma e, nella propria risposta alla consultazione, lo ha valutato in modo molto critico. Dal punto di vista dei datori di lavoro, il progetto non soddisfa i requisiti di una riforma sostenibile dell’AVS. Singoli miglioramenti puntuali, ad esempio per quanto riguarda gli incentivi a lavorare più a lungo e una maggiore “efficacia pensionistica” dei contributi AVS dopo i 65 anni, non possono nascondere il fatto che il Consiglio federale esiti ad affrontare seriamente i problemi finanziari determinanti del primo pilastro. Dal lato delle entrate, si prevede di convogliare sempre più denaro nel sistema, invece di adeguarsi finalmente alla realtà demografica, come hanno fatto da tempo diversi paesi vicini, i Paesi Bassi, la Danimarca e altri paesi europei. La leva più importante per una maggiore sostenibilità del sistema – un innalzamento dell’età di riferimento – rimarrebbe inutilizzata.

Il margine per ulteriori prelievi è esaurito

Anziché puntare su misure strutturali che agiscano sia sul fronte delle entrate che su quello delle spese, il progetto di riforma si basa su diverse forme di entrate supplementari. Ad esempio, si prevede di aumentare i contributi per i lavoratori autonomi e di assoggettare in futuro all’obbligo contributivo le indennità giornaliere di malattia e infortunio. L’USI respinge con decisione tali misure. L’obiettivo alla base di queste – evitare lacune contributive – è degno di sostegno e può essere raggiunto in modo più mirato grazie alla digitalizzazione, senza gravare su datori di lavoro e assicurati con oneri aggiuntivi e obblighi amministrativi su larga scala. Anche l’obbligo contributivo parziale sui dividendi è respinto dai datori di lavoro. Esso crea una notevole incertezza giuridica, senza presentare un chiaro vantaggio per l’AVS. Se l’obiettivo principale è la lotta agli abusi, la normativa vigente consente già misure adeguate.

Con diversi scenari per il finanziamento della 13ª rendita AVS, il Consiglio federale prospetta inoltre un ulteriore aumento dell’IVA. Per i datori di lavoro, un ulteriore aumento dell’IVA, che vada oltre gli 0,4 punti percentuali sottoposti a votazione a novembre, è fuori discussione. Lo stesso vale per un aumento dei contributi salariali: questa proposta non ha già ottenuto la maggioranza in Parlamento. Sarebbe quindi irresponsabile riprendere questa idea. Gli studi commissionati dalla stessa Confederazione confermano inoltre che un aumento dell’IVA e dei contributi salariali sottrae potere d’acquisto alle famiglie e all’economia e frena i consumi, gli investimenti e la crescita economica. Un innalzamento dell’età di riferimento rafforza invece l’offerta di lavoro, aumenta il potenziale di crescita e contribuisce a un maggiore benessere.

Da respingere con fermezza: un intervento fuori luogo nel secondo pilastro

Sebbene si tratti della riforma del primo pilastro, la proposta di riforma dell’AVS del Consiglio federale non esita a intervenire anche sul secondo pilastro: l’età minima per la percezione delle prestazioni di vecchiaia nella previdenza professionale dovrebbe infatti essere innalzata da 58 a 63 anni. Per i datori di lavoro è chiaro che i problemi del primo pilastro non possono essere risolti con questa soluzione e che tale approccio non è opportuno. Il sistema a tre pilastri ha successo, tra l’altro, proprio perché ogni singolo pilastro funziona in modo autonomo ed è esposto a rischi e sfide diversi. Le carenze strutturali dell’AVS non devono quindi essere compensate con interventi sul secondo pilastro. Tali interventi limiterebbero inoltre la flessibilità garantita dal partenariato sociale.

Un’età di riferimento più alta deve essere parte integrante di AVS 2030

L’AVS è finanziata con il sistema a ripartizione; la sua stabilità dipende in modo determinante dal rapporto tra contribuenti e beneficiari di rendite, nonché dalla durata della percezione della rendita. Poiché l’aspettativa di vita aumenta, la durata del periodo di erogazione della rendita si allunga e non vi è un ricambio sufficiente di lavoratori, è indispensabile che l’età di riferimento faccia parte della riforma. Un innalzamento graduale e socialmente sostenibile dell’età di riferimento è il modo più adeguato per reagire ai cambiamenti demografici già oggi prevedibili. A differenza, ad esempio, dei modelli basati sulla durata della vita lavorativa, è facile da attuare, crea condizioni chiare ed evita nuove questioni di delimitazione e distribuzione che richiederebbero anni o addirittura decenni. Un’alternativa è rappresentata da un meccanismo di intervento basato sullo stato del fondo AVS e che funziona in modo simile a un freno all’indebitamento. Ciò sarebbe relativamente semplice da attuare e potrebbe stabilizzare l’AVS a lungo termine. Affinché un tale meccanismo di intervento sia equo tra le generazioni e non gravi unilateralmente sulla popolazione e sulle imprese con contributi più elevati, è indispensabile che il meccanismo di stabilizzazione comprenda anche elementi strutturali. Tra questi rientra in particolare un adeguamento dell’età di riferimento.

I datori di lavoro chiedono un adeguamento dell’indice misto

Dal punto di vista dei datori di lavoro, nell’ambito dell’AVS 2030 occorre affrontare un ulteriore elemento strutturale sotto forma di adeguamento dell’indice misto. L’USI ritiene in linea di principio opportuno un adeguamento regolare delle rendite AVS al rincaro. L’attuale indice misto tiene conto, però, oltre al rincaro, anche dell’andamento nominale dei salari. L’andamento delle rendite risulta quindi di norma superiore a quello dei prezzi e grava eccessivamente sul fondo AVS. In considerazione delle finanze dell’AVS, in futuro la partecipazione all’andamento dei salari reali dovrebbe avvenire solo se la situazione finanziaria dell’AVS lo consente.

In questo modo verrebbe preservato il potere d’acquisto delle rendite. Allo stesso tempo si garantirebbe che un aumento del livello reale delle rendite avvenga solo se finanziariamente sostenibile. La normativa coniuga così la tutela del potere d’acquisto, prevista dalla Costituzione, con un maggiore allineamento dell’andamento delle rendite alla sostenibilità finanziaria dell’AVS.

Nessuna riforma dell’AVS a spese delle generazioni future

L’Unione svizzera degli imprenditori riconosce che il dibattito sull’età di riferimento è complesso e viene condotto in modo emotivo. Ciononostante, spetta al Consiglio federale affrontare questa discussione e non chiudere più gli occhi di fronte alla realtà demografica. È suo compito dimostrare alla popolazione che una riforma strutturale, attuata a piccoli passi e accompagnata dalle necessarie misure di sostegno, rappresenta l’opzione socialmente più sostenibile rispetto a un carico fiscale e contributivo in costante aumento. Se questa questione fondamentale relativa al sistema venisse rinviata a riforme successive, l’accumulo di riforme non attuate graverebbe sulle generazioni future, che già sopportano il peso maggiore della 13ª rendita AVS.

Risposta alla consultazione dell’Unione svizzera degli imprenditori (in tedesco)

Ulteriori informazioni

  • Barbara Zimmermann-Gerster, responsabile della politica sociale
    Tel. +41 79 229 13 64, [email protected]